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C’è una stanza, in fondo al corridoio, che nessuno apre mai.
Non ha chiave, né serratura, solo un’ombra sulla soglia che sembra respirare piano.
Io ci entro ogni sera, senza far rumore.
Dentro c’è una sedia. Una sola.
Sempre vuota, sempre rivolta verso la finestra chiusa.
Ci si siede il silenzio, lì.
Ogni volta, come se mi aspettasse.
A volte parliamo. Io gli racconto dei miei giorni che non hanno suono,
delle mani che non mi toccano mai, dei pensieri che mi attraversano come vento in una casa abbandonata.
Il silenzio ascolta.
E, ogni tanto, si muove.
Si alza dalla sedia, cammina intorno a me,
mi sfiora i polsi, le scapole, la nuca.
Non è male, la solitudine.
È un animale lento, ma fedele.
Non ti abbandona mai davvero.
Si siede accanto, ma lascia che tu respiri.
A volte ti stringe.
Altre, ti lascia spazio per ricordare chi eri
quando qualcuno ti aspettava per davvero.
Una volta ho provato a portare una seconda sedia.
L’ho messa accanto, con timidezza.
Il silenzio si è fatto più denso,
come se volesse dirmi che no —
quella, per ora, resta vuota.
E così continuo a tornare.
Ogni sera.
A parlare con il vuoto che sa ascoltare meglio di chiunque.
Perché ci sono presenze
che non hanno corpo
ma ti abitano più di chi ha voce.